Eutanasia: un problema duro a morire

Uno dei primi casi che porta l’eutanasia al centro del dibattito in Italia è quello di Elena Moroni e del marito Ezio Forzatti. La donna era in coma irreversibile a causa di un edema cerebrale quando l’uomo il 21 giugno 1998 entra in ospedale, armato con una pistola scarica, per staccare il respiratore che la teneva in vita. Il processo a Forzatti è seguito dalla stampa e soprattutto dalla opinione pubblica che si divide tra favorevoli e contrari: dopo una prima condanna a sei anni e il riconoscimento di infermità mentale, l’uomo viene assolto perché secondo i giudici, quando Forzatti staccò il respiratore, la donna era clinicamente morta.

“La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni”. Una frase molto saggia da parte di Karl Marx considerando il fatto che, anche davanti al giuramento di Ippocrate, lo zelo dei medici per il puro rigore della medicina “ufficiale” sia più importante del benessere di una persona. Ma che importanza potrà mai avere accanirsi contro una persona che, per le sue estreme condizioni fisiche e mentali, vuole soltanto morire senza essere costretta a vivere tramite ed esclusivamente una macchina? Anche quando la stessa persona in coma irreversibile, cioè senza alcuna possibilità che si risvegli e fatta vivere artificialmente, ha scritto di suo pugno di voler morire tramite l’eutanasia,

c’è sempre la comunità dei medici, la politica e soprattutto la Chiesa che inveiscono contro quelle persone che hanno scelto la “morte peccaminosa e contro ogni costume previsto dalla Bibbia”.Queste sono le parole che i cristiani più radicali urlano ingiustamente contro coloro che non vogliono più vivere soffrendo. Con la dolce morte, traduzione letterale dal greco della parola eutanasia, è l’atto di procurare intenzionalmente (e nell’interesse di colui che la richiede) il decesso di una persona, in casi in cui la qualità della vita sia compromessa in maniera irreversibile da una malattia, una menomazione o una condizione psichica estrema.

In Italia non esiste alcuna legge che disciplina l’eutanasia, poiché quest’ultima è equiparata all’omicidio volontario secondo l’articolo 575. Anche in caso di consenso del paziente si incorre nel reato “omicidio del consenziente”, previsto dall’articolo 579 del codice penale con pene da 6 a 15 anni. Si preferisce mantenere in vita in maniera artificiale una persona che si trova in coma irreversibile (quindi è una persona clinicamente e fisicamente morta) piuttosto che staccare la spina dei macchinari che la costringono a vivere in modo innaturale e forzato. Se la speranza è l’ultima a morire varrebbe la pena lottare per il benessere umano? Se la risposta è sì, ognuno dovrebbe essere libero di scegliere se vivere o morire.

Re Nero & Nuvola

 

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